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Tripura Rahasya (Jnanakanda) – Nona lettura: La quiete di Hemachuda

suryanamaskara 0

Tripura
Shri Lalita Tripurasundari

[1] Udite queste parole dell’amata Hemachuda piombò nel più completo stupore. Con la voce che balbettava per l’eccitazione, ancora una volta prese a rivolgersi alla diletta consorte:
[2] “O mia cara, tu puoi dirti abile e fortunata: sovrumana è la conoscenza che padroneggi. Come potrei esprimere adeguatamente la portata di ciò che mi hai narrato in forma di racconto?
[3] Non avevo per nulla compreso la vicenda che ti era occorsa. Ma ora, grazie al tuo dire, il suo significato mi è chiaro ed evidente, come un frutto di mirobolano che stia nel palmo della mano.
[4] Ecco che ora mi rammento e vedo chiaramente con i miei occhi. È stupefacente il modo di agire del mondo! Ma che è questa suprema coscienza, nostra madre? Come accade che noi siamo nati da lei?
[5] E noi poi chi siamo? Dimmi, qual è il nostro modo proprio di presentarci?” A queste domande Hemalekha così replicò al marito, o Rama:
[6] “O mio signore, ascoltami con attenzione: io ti esporrò questo significato nascosto. È con intelletto sommamente purificato che conviene riflettere sul modo di presentarsi del Sé.
[7] Esso non è percepibile e neppure suscettibile di descrizione verbale. Come farò ad esprimerlo in parole? Potrai conoscere la tua vera madre solo se conoscerai il modo proprio di presentarsi del tuo stesso Sé.
[8] Non è possibile insegnarlo, e dunque non esistono maestri che possano indicarlo. Guarda in te stesso il modo proprio in cui il Sé si presenta, giacché egli dimora nella purezza del tuo intelletto.
[9] Egli rifulge in ciascuno, dalle divinità sino agli esseri che strisciano, ma non c’è facella che possa illuminarlo. Sempre e ovunque evidente a ognuno, non è suscettibile di elaborazione concettuale.
[10] Chi, come, dove e quando potrebbe descriverlo, anche solo in parte? Sarebbe come, o diletto, se uno ti chiedesse di mostrargli i suoi stessi occhi.
[11] Non ci si può avvalere di una guida spirituale per quest’esempio degli occhi. Un grande maestro, per quanto abile, come potrebbe riuscire a mostrare a chicchessia i propri occhi?
[12] L’utilità del maestro in tal caso consisterà nel mostrare i mezzi per conseguire lo scopo. E sono proprio questi mezzi che mi accingo a esporti. Ascoltami con mente intenta.
[13] Sin quando percepirai in te la nozione di “mio”, sappi che il modo di presentarsi del Sé è diverso da essa, e non può manifestarsi insieme a lei.
[14] Ritirati in un luogo appartato, e rifletti su ciò, sino a quando si manifesterà la nozione di “mio”. Abbandona ogni cosa che si presenti sotto tali vesti, ed ecco si rivelerà come altro da questo il tuo proprio Sé.
[15] Così io stessa ti appartengo e ti sono manifesta secondo una relazione di “mio”, ma l’essere del tuo Sé non risiede in me: io partecipo di te solo in base a una relazione di appartenenza, ma non sono parte del tuo modo proprio di presentarti.
[16] E dunque abbandona del tutto ogni oggetto che ti si presenti come “mio”. Ciò che non ti sarà possibile abbandonare ti si rivelerà come il Sé, e conseguirai finalmente il supremo bene.”
[17] Udite tali parole dall’amata, Hemachuda si levò in fretta, montò a cavallo e uscì subito dalla città.
[18] Raggiunto in un attimo il parco, simile al paradiso di Indra, entrò in un alto palazzo di cristallo che sorgeva al limitare della foresta.
[19] Congedati tutti i servi, diede ordini ai guardiani delle porte di non lasciare entrare nessuno, mentre egli fosse intento a riflettere in solitutine.
[20] “I ministri, gli anziani, e il re stesso: non dovete lasciare entrare nessuno sino a che io non vi dia l’ordine di farlo.”
[21] Dette queste parole salì al nono piano del palazzo e uscì su una magnifica terrazza da dove lo sguardo poteva spaziare tutt’intorno.
[22] Prese posto su un ricco seggio di soffice cotone, si accertò che nessun altro potesse entrare, e cominciò a riflettere, la mente saldamente concentrata:
[23] “Come è possibile che tutta la gentucola di quaggiù si inganni? Non v’è neppure uno tra loro che conosca anche solo una parte del proprio Sé!
[24] Eppure tutti quanti si dedicano alle attività più svariate pensando in primo luogo a se stessi: chi recita continuamente i trattati, la scienza sacra e le sue membra ausiliarie;
[25] Chi si ingegna ad acquistare ricchezze o a governare la terra. Alcuni lottano contro i nemici, e altri, lascivi, si dedicano solo ai piaceri.
[26] Ciascuno si dà da fare per se stesso, ma tutti ignorano quale sia il proprio Sé. Che è mai questo errore, e donde promana?
[27] Ahimé! In verità ciò che viene fatto senza avere contezza del Sé è inutile, come un’attività svolta in sogno. Solo oggi me ne rendo conto.
[28] Casa, granagli, regno, ricchezze, donne, bestiame e via dicendo non sono affatto il modo proprio di presentarsi di me, per il fatto che non hanno relazione con il concetto di io.
[29] Giacché la realtà esiste per me, io potrei comunque essere il corpo. E infatti senza dubbio io sono stirpe di guerriero, e ho la pelle chiara.
[30] Anche gli altri ritengono che il concetto di “io” si applichi a ciò.” Dopo aver riflettuto su questo il principe prese a considerare il corpo:
[31] “Ecco che mi risolvo a negare che il corpo costituisca l’essenza del Sé. E come potrebbe esserlo, giacché è a fondamento della nozione di “mio”?
[32] Non è che un agglomerato di sangue, ossa e via dicendo, soggetto a mutamenti a ogni istante. Ciò che appare come limitato, come potrebbe infatti costituire la mia vera forma?
[33] Durante i sogni e in altre condizioni il corpo è inerte, simile a un ciocco di legno o a un grumo di fango. Dunque io non sono il corpo, devo essere qualcos’altro. Lo stesso accade per il soffio vitale,
[34] l’organo mentale o l’intelletto. Tutto questo non è l’io, giacché appartiene alla sfera del “mio”. E dunque, senza dubbio, io sono altro dalla serie che comincia con il corpo e termina con l’intelletto.
[35] Forse io potrei non esistere affatto, dal momento che non sono manifesto? Ma anzi io sono sempre manifesto: ciò è stabilito al di là d’ogni dubbio.
[36] Ma qual sia la luce di cui io risplendo, questo non lo so chiaramente. Perchè non riesco ad averne contezza?
[37] Un oggetto fisico quale un vaso e simili si rivela manifesto, presente al suolo, grazie all’organo della vista e via dicendo, e non può essere diversamente; il soffio vitale si manifesta grazie al contatto con la pelle; l’organo mantale viene inferito in base al fatto che esiste la conoscenza.
[38] Lo stesso vale per l’intelletto. Eppure io non sono riuscito a conoscere donde provenga questo mio splendore. Forse ciò accade perché la luce degli oggetti e via dicendo non lascia rifulgere il mio Sé?
[39] In tal caso dovrò sforzarmi di non più percepirli, e allora si manifesterà il Sé.” In base a tali riflessioni si dedicò a isterilire il pascolo della mente valendosi della mente medesima.
[40] In tal modo percepì una fitta tenebra, e bastò un attimo perché la sua mente si convincesse che appunto quella era la forma propria del suo Sé.
[41] Provò allora una gioia ineguagliabile, e pensando di poter di nuovo contemplare quello spettacolo si sforzò di controllare ancora di più la propria coscienza
[42] di per sè instabile grazie a una violenta disciplina. Percepì allora in un istante una massa di rilucente splendore senza inizio nè fine.
[43] Ridestatosi in preda allo stupore, prese a riflettere: “Come è possibile che io veda il mio Sé in modo così diverso?
[44] Proverò a osservare di nuovo!” Posto nuovamente sotto controllo l’organo mentale, la sua coscienza parve liquefarsi in un lungo sonno profondissimo.
[45] Sognò quindi una variopinta moltitudine di immagini differenti, e una volta sveglio la sua ansietà fu ancora maggiore:
[46] “Com’è che mentre ero oscurato dal sonno percepivo ogni sorta di sogni? Se è così anche la tenebra e lo splendore che ho visto prima devono essere sostanziati di sogno.
[47] Ma il sogno non è che un sussulto della mente. Come posso fare per evitarlo? Proverò di nuovo a esercitare la disciplina dei miei pensieri e starò a guardare.” Dopo aver così fermamente riflettuto,
[48] pose a forza sotto controllo l’attività della coscienza sino a renderla stabile. Sprofondò allora per così dire in un oceano di beatitudine.
[49] Ma subito si ridestò, perchè la sua coscienza aveva riacquistato il suo stato di turbamento ordinario. Quindi pensò: “Che è stato, un sogno o un’illusione?
[50] O non potrebbe invece essere tutto vero? Ciò che sembra accadermi è inconcepibile. Io non ero in grado di percepire alcunché: come ho potuto godere di una simile beatitudine?
[51] Nulla potrebbe eguagliare anche solo una minima parte di tale purissima gioia. Eppure io ero inconsapevole quanto uno che sia profondamente addormentato: come ha potuto aver luogo una felicità come quella?
[52] Non riesco a scorgere alcun segno che mi indichi la causa di come ciò sia potuto accadere. Mi accingevo a conoscere me stesso, ma non ci sono riuscito.
[53] Scorgo il Sé ora in un modo ora in un altro: come è possibile questo? Devo credere che sia eguale alla luce, alla tenebra, alla beatitudine o a qualcosa di ancora diverso?
[54] O forse il Sé si presenta come la successione di tutte queste cose insieme? Non ne verrò a capo: è meglio che interroghi nuovamente la mia saggia diletta consorte.”
[55] Dopo aver così riflettuto, il principe fece chiamare i guardiani delle porte e impartì loro l’ordine di condurre al suo cospetto Hemalekha.
[56] Udita la richiesta di un guardaportone la donna giunse in un attimo, e salì i piani del palazzo come il chiarore lunare ascende lungo le pendici del monte Meru.
[57] Vide allora l’amato principe consorte. Il corpo e la mente acquietati, questi teneva sotto controllo la forza vitale e le passioni, nonchè i sensi.
[58] Immediatamente gli si fece vicino, salì sul suo seggio e sedette insieme a lui.
[59] Appena aperti gli occhi, egli la vide al suo fianco. Vistasi osservata, si affrettò ad abbracciarlo con affetto.
[60] Quindi gli rivolse un soave discorso, che sgorgava dalle sue labbra come la bevanda d’immortalità degli dèi: “O mio signore, perché mi hai fatto chiamare? Godi di buona salute?
[61] Dimmi il motivo di questo invito, spiegami perché sono dovuta venire qui.” Interpellato dalla consorte, così egli rispose all’amata:
[62] “O diletta, in base alle tue istruzioni io mi sono ritirato in questo luogo appartato per poter percepire, applicandomi alla meditazione, le caratteristiche del modo di presentarsi del mio Sé.
[63] Ma dedicandomi a ciò non mi sono apparse che molteplici immagini contraddittorie. E poiché sono convinto che il Sé sia sempre evidente e che sia possibile attingerlo,
[64] credetti che la sua incapacità di manifestarsi correttamente fosse dovuta all’apparire di qualcos’altro. Cercai così saldamente di porre a freno quest’altra apparizione.
[65] Vidi allora una fitta tenebra, e poi il suo opposto, una luce abbagliante. Successivamente provai una sorta di maestosa beatitudine. Dimmi, o diletta, che significa tutto ciò?
[66] È forse questo il modo di presentarsi del Sé? O si tratta di qualcos’altro? Spiegami ogni cosa correttamente, sì che io possa alfine contemplarlo!”
[67] Così interpellata, l’onnisciente Hemalekha rispose: “Ascolta, o caro, con animo intento: io ti esporrò ogni cosa.
[68] Il tuo sforzo di porre sotto controllo le influenze esterne è eccellente, ed è considerato il principale strumento di buon auspicio da tutti coloro che conoscono il Sé.
[69] Senza di esso nessuno ha mai potuto attingere il Sé in alcuna circostanza. Ma non può essere la causa dell’attingimento del Sé, perchè quest’ultimo è di per se già attinto.
[70] Se il Sé non fosse qualcosa che non è possibile attingere, donde risulterebbe la sua condizione di essere già là? Non è suscettibile di essere attinto in alcun modo, e dunque non si dà un suo attingimento.
[71] Si verifica l’attingimento di qualcosa che non è ancora stato attinto. Ma non può esservi attingimento della condizione del Sé. E dunque porre sotto controllo la mente non può essere strumento di attingimento del Sé. Considera a tale proposito questi esempi.
[72] Accade per il Sé come quando a questo mondo si dice che un oggetto fisico venga attinto, quando grazie a una lampada e simili si rimuove l’oscurità che velava la sua percezione.
[73] Poniamo il caso che qualcuno, la mente distolta da altro, si sia scordato di possedere un pezzo d’oro. Se leverà di mezzo gli altri pensieri, ecco che lo ritroverà.
[74] E sarà come se il vecchio pezzo d’oro fosse distrutto e ne avesse trovato uno nuovo. In questo caso non si potrebbe dire che la rimozione delle distrazioni sia la causa dell’attingimento dell’oro, che era già là.
[75] Allo stesso modo non si può affermare che limitare l’influsso della realtà esterna costituisca la causa dell’ottenimento del Sé. Esso è sempre presente, ma tu non lo riconosci, perché non hai dimestichezza con lui.
[76] Accade come a chi si rechi di notte nel palazzo regale e non abbia dimestichezza con la luce: egli vede le sale illuminate ma non riconosce lo splendore che ne riverbera.
[77] Ascolta, o diletto, la tenebra ti apparve dopo che tu raffrenasti la mente. Ma prima che si manifestasse la tenebra esisteva per te una condizione residuale.
[78] Devi sempre considerare tale condizione dispensatrice della suprema beatitudine. E tuttavia a questo riguardo tutti quanti sono soggetti a un colossale inganno, perché le loro menti sono rivolte al mondo esterno.
[79] Esausti a furia di cercare di qua e di là, non riescono a raggiungere questo stato. Sappi che vi sono a questo mondo gran conoscitori di trattati, fior di scaltriti dialettici,
[80] che non conoscono per nulla questa condizione, e di ciò si dolgono giorno e notte. Infatti essa non può venire attinta solo valendosi dell’arte delle parole e del loro significato.
[81] Fino a che uno che pure sia erudito vada alla ricerca del Sé o ci rifletta sopra, non riuscirà ad attingerlo, perché non è cosa che si possa afferrare con il pensiero.
[82] Si può andare lontano quanto si vuole, ma non lo si attinge; lo ha già attinto invece chi sta fermo. Non lo si conosce mediante la riflessione; è in seguito all’assenza di riflessione che esso può manifestarsi nel suo fulgore.
[83] Per quanto si corra non è possibile raggiungere l’ombra proiettata dalla propria testa. Come un bambino vede miriadi di riflessi in uno specchio immacolato,
[84] ma non percepisce la presenza dello specchio, così il volgo vede nel grande specchio che è il proprio Sé quel riflesso che è il mondo,
[85] ma non conosce il proprio Sé, perché non ne ha alcuna esperienza. Il Sé si presenta come lo spazio, che resta sconosciuto, perché si vede solo ciò che sullo spazio si fonda,
[86] ossia il mondo. Sposo diletto, considera con acutezza che il mondo è costituito da conoscenza e conoscibile.
[87] Di essi la conoscenza è autofondata, giacché in sua assenza nulla esisterebbe; è il mezzo di conoscenza dei mezzi di conoscenza, e non c’è mezzo di conoscenza che permetta di conoscerla, giacché esiste di per sé.
[88] La sua esistenza è provata perché non dipende da alcun mezzo di conoscenza; non ha bisogno di essere dimostrata perché è anzi essa stessa a fondamento di ogni dimostrazione.
[89] Non v’è spazio a riguardo per le domande di chi sia di opinione contraria, e a maggior ragione per le risposte. Non si può negare l’esistenza di questa immensa superficie speculare.
[90] Ivi si manifesta l’universo, come il riflesso che appare in uno specchio. Né lo spazio né il tempo possono circoscriverla,
[91] giacché essi si manifestano a loro volta solo al suo interno: come potrebbero delimitarla? La limitazione è solo apparente, come accade per gli oggetti fisici che sembrano soltanto porre un limite allo spazio.
[92] Principe! Considera con acume questa tua natura: è all’interno di questa comune coscienza che rifulge il mondo intero.
[93] Chi riesca a penetrarla otterrà la condizione di chi crea ogni cosa. Io ti spiegherò come diventare consapevole di essa, onde poter raggiungere questo stato.
[94] Concentrati con mente acuta sull’istante in cui la coscienza trapassa dal sonno alla veglia, in cui trascorre da un oggetto a un altro, o in cui sta per fondersi con l’oggetto.
[95] Questop stato costituisce la tua vera forma: una volta che tu l’abbia raggiunto non sarai più soggetto all’illusione. Il mondo così come appare a noi procede solo dall’ignoranza di tale condizione.
[96] Colà non vi è colore né sapore né odore né contatto né suono; né dolore né piacere; né oggetto percepibile né soggetto percipiente.
[97] Fondamento e forma visibile di ogni cosa, è tuttavia privo di mescolanza con alcunché. È il Signore dell’universo, il Demiurgo Brahma, Vishnu, Rudra, Sadashiva.
[98] Esercita appena un poco il controllo della mente, e vedrai il tuo stesso Sé mediante il tuo stesso Sé, una volta che tu abbia abbandonato l’estroversione in favore dell’introversione.
[99] Abbandona con animo irremovibile l’illusione di vedere, come se tu fossi un cieco. Abbandona altresì la diade costituita da visione e non visione, e affrettati a percepire te stesso così come sei.
[100] Grazie alle parole della consorte Hemachuda riuscì a sperimentare questa condizione, e divenne interamente assorto nella sua quiete, dimentico del mondo esterno.

Termina qui la nona lettura della Jnanakanda del Tripura Rahasya (Sezione della gnosi del Segreto della dea Tripura) che s’intitola “la quiete di Hemachuda”.

Fonte: Il segreto della Dea Tripura – a cura di Alberto Pellissero – ANANKE

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