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Tripura Rahasya (Jnanakanda) – Prima lettura: il quesito del Bhargava

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tripura sundari
1 – Omaggio alla Dea Tripura, che ha l’aspetto della beatitudine assoluta che tutto comprende, chè sostanziata della suprema coscienza, specchio che illumina la molteplice varietà di forme dell’universo che ivi si riflette.
2 – (Haritayana disse:) “Già hai udito con animo attento, o Narada, la magnificazione della Dea Tripura, e codesto pio ascolto costituisce il supremo attingimento.
3 – Ora io t’esporrò la mirabile sezione della conoscenza mistica, una volta udita la quale nessun uomo può mai più conseguire alcun dolore.
4 – Se correttamente considerata tale sezione si rivela contenere in ultima analisi la scienza sacra esposta dal Veda, dai seguaci di Shiva, della Dea e di Pashupati.
5 – E tale dottrina non è diversa da quella impartita a Parashurama dal sommo maestro Dattatreya, seducente per lo spirito come nessun’altra.
6 – È basata sull’esperienza e sul ragionamento e abbellita da una varietà di racconti. Se addirittura un perfetto imbecille non la comprende dopo averla udita,
7 – questi sarà davvero aborrito dagli dei, più simile a un sasso che a un uomo, incapace di recepire conoscenza quand’anche a impartirgliela fosse Shiva in persona.
8 – Ascoltami! Io mi accingo ad esporti la sezione della gnosi. Ma ecco, mirabile, superiore per ogni virtù è la vita dei buoni, sì
9 – che un veggente divino quale tu sei brama udire il mio verbo. Questa è la grazia connaturata all’essere dei buoni,
10 – a quel modo in cui è consustanziale al muschio il recare piacere all’olfatto.” Udita in tal modo la gloriosa magnificazione della Dea per bocca del maestro Dattatreya,
11 – il virtuoso Parashurama figlio di Jamadagni, benevolo verso tutti gli esseri, quasi travolto da un impeto di devozione ristette per un po’ in silenzio.
12 – Ripresa coscienza di ciò che lo circondava, lacrime di gioia gli colmarono gli occhi. Il suo corpo pareva accresciuto per la gioiosa orripilazione, e un’intima beatitudine lo colmava interamente.
13 – L’emozione pareva uscire dai suoi pori squarciati, e crollato in ginocchio rigido come un bastone rese omaggio ai piedi di Dattatreya.
14 – Levatosi, con voce piacevolmente balbettante per l’emozione disse: “Per una grazia, divino maestro, io sono felice, giacché ho adempiuto il mio scopo.
15 – Il maestro Shiva in persona si è compiaciuto di riversare su di me il suo oceeano di compassione. Per chi ne è stato beneficiato persino la condizione di Demiurgo divino non è dissimile a quella di un filo d’erba.
16 – La Morte stessa attinge la natura del Sé se il maestro è soddisfatto. E oggi senza mio merito questo maestro, il Gran Signore, si è compiaciuto di me.
17 – Ora che mercè la tua grazia ho potuto udire per intero la magnificazione della Dea, o Signore, mi pare d’aver ottenuto tutto ciò che desideravo grazie alla compassione del maestro.
18 – Voglio dunque dedicarmi alla venerazione della Dea Tripura, la Suprema Signora. Degnati, o maestro, di dirmi come procedere al suo culto.”
19 – A queste richieste il maestro Dattatreya, avendo percepito che il discendente di Bhrigu era degno di accedere al culto di Tripura, giacché traboccava di fede e devozione,
20 – lo iniziò secondo le regole al culto della Dea Tripura, e il figlio di Jamadagni ottenne così l’iniziazione alla Dea Tripura, di buon auspicio,
21 – superiore a ogni altra iniziazione, tale da illuminare la realtà nella sua pienezza. La conseguì nell’ordine prescritto, senza nulla eccettuare, insieme alle formule meditative, ai diagrammi mistici e ai concetti del caso.
22 – Avendola ottenuta dalla bocca di loto del suo venerato maestro, come un’ape che sugge il nettare, fu soddisfatto nell’intimo, e quasi attossicato dalla beatitudine il Bhargava
23 – decise allora di dedicarsi al culto esclusivo della Dea Tripura. Ricevutone il consenso, compì la circumambulazione rituale del maestro e congedatosene partì alla volta del monte Mahendra.
24 – Colà si costruì una dimora attraente e confortevole e vi risiedette per una dozzina d’anni, dedito al culto
25 – esclusivo della Dea Tripura. Tutto intento ai riti quotidiani e quelli occasionali, al servizio divino e alla ripetizione di formule sacre, costantemente ne venerava l’icona meditandola a esclusione d’ogni altro oggetto d’attenzione.
26 – Così quel lasso di tempo di dodici anni trascorse in un batter di ciglia. E un bel giorno mentr’era comodamente assiso il Jamadagnya prese a riflettere:
27 – “Un tempo lontano, dopo lunghe sollecitazioni, ricevetti l’insegnamento di Samvarta, quello stesso insegnamento che ora non riesco più a comprendere neppure in parte.
28 – Dimentico pertanto dell’antico ammaestramento, non chiesi al maestro chiarimenti al riguardo, contentandomi d’udire dalle sue labbra la glorificazione della potenza di Tripura.
29 – Ma non comprendevo quanto aveva enunciato un tempo Samvarta. Chiesi poi al maestro qualcosa a proposito della manifestazione del mondo.
30 – Ed ecco il maestro illustrandomi a esempio l’episodio del fabbricante di stuoie non disse più nulla, giacchè il quesito non era oggetto di discussione: e perciò rimase insoluto.
31 – Ma ecco, io non conosco neppure in minima parte come va il mondo: donde è sorto il gran tumulto dell’universo?
32 – E verso dove procede? Da che ricava il proprio permanere? Tutto quel che riesco a scorgere ovunque è in certo qual modo transeunte.
33- E perchè mai la condotta mondana pretende che il mondo sia permanente? Io vedo piuttosto i rapporti quotidiani come un che di variopinto, che sfugge alla riflessione critica.
34 – Ahimé, ecco che chi si sforza di procedere guidato dalla condotta mondana è come un cieco che tien dietro a un altro cieco.
35 – Il mio stesso comportamento costituisce esempio di ciò, giacché presentemente non ricordo affatto che sia accaduto nella mia infanzia.
36 – In un modo mi sono comportato durante la puerizia, in un altro durante la fanciullezza, e attualmente il mio comportamento è ancora del tutto diverso.
37 – Ma quale sia stato il frutto di tutta questa attività io non lo so per nulla. Tutto quello che in un certo momento una persona quale che sia si sforza di compiere,
38 – tutto ciò è stato deciso avendo in mente un risultato. Ma chi mai ottiene il frutto che si era proposto, chi fruisce della felicità agognata?
39 – Ciò che il mondo definisce “frutto” non è detto tale a ragion veduta. Io non considero vero frutto quel che l’uomo si sforza di attingere più e più volte.
40 – Spiegami com’è che una volta attinto un risultato di nuovo si ripresenta il desiderio di gustare altri frutti, in forza del quale tutti quanti continuamente agiscono, per brama del frutto.
41 – Il frutto da attingere può essere definito come la perdita del dolore ovvero il piacere. Ma fin quando resta alcunché ancora da portare a compimento, non può aver luogo la distruzione del dolore ovvero il piacere.
42 – La condizione d’incompiutezza è detta essere di per sé il supremo dei dolori. Fino a che permane tale condizione come potrà esservi assenza di dolore ovvero piacere?
43 – Come per chi abbia il corpo interamente bruciato può essere di sollievo un’unzione di sandalo sulla pianta dei piedi, così a questo mondo si dice che chi in realtà ha ancora un residuo di azione da portare a compimento abbia tuttavia ottenuto il piacere.
44 – Come per uno che abbia il petto trafitto dalle frecce può essere di sollievo l’abbraccio di una schiera di ninfe celesti, così a questo mondo si dice che chi in realtà ha ancora un residuo di azione da portare a compimento abbia tuttavia ottenuto il piacere.
45 – Come a un uomo in preda alla consunzione della tisi può essere di sollievo il prestare ascolto ad un canto di lode, così a questo mondo si diche che chi in realtà ha ancora un residuo di azione da portare a compimento abbia tuttavia ottenuto il piacere.
46 – Al mondo invero potrebbero dirsi veramente soddisfatti solo coloro che siano fermamente privi di alcunché da portare ancora a compimento, magnanimi i cui desideri siano realizzati, e che abbiano il corpo per così dire interamente immerso in un completo refrigerio.
47 – Se chi ha ancora qualcosa da portare a compimento potesse in qualche circostanza essere detto soddisfatto e felice, ciò equivarrebbe a dire che un suppliziato mediante impalazione possa trarre piacere da profumi e ghirlande.
48 – Qual mirabile prodigio! Ecco come gli uomini, già sopraffatti da centinaia di compiti ancora da espletare, ritengono vi sia riposta la felicità e ne intraprendono sempre di nuovi!
49 – Come potrò celebrare l’eligio della ponderatezza degli uomini, che pur schiacciati da una montagna di doveri senza fine continuano a correre dietro alla felicità?
50 – Tende incessantemente alla felicità l’imperatore, e al pari di lui si sforza costantemente di conseguire il piacere il mendicante.
51 – Entrambi credono così facendo di attingere un giorno la felicità e di adempiere ogni loro fine. E io stesso m’incammino a mia volta sul sentiero ch’essi percorrono,
52 – senza considerare il risultato cui esso conduce, come un cieco che tiene dietro a un altro cieco. Ma basta con queste considerazioni: piuttosto me ne andrò dal maestro ch’è un tesoro di compassione.
53 – Desideroso di conoscere ciò che val la pena di conoscere al di là dell’oceano del dubbio, raggiungerò l’altra riva prendendo rifugio in quella barca di ottimo auspicio ch’è la parola del maestro.”
54 – Presa questa decisione, il virtuoso Jamadagnya immediatamente partì dalla sua dimora montana, per desiderio d’ottenere la visione del maestro.
55 – Raggiunto il monte Gandhamadana ben presto scorse il maestro, assiso nel seggio del loto, saldo come il sole che illumina la terra.
56 – Gli rese omaggio prosternandosi a terra a mo’ di bastone dinanzi alle sue estremità, poscia premette il viso sui suoi piedi di loto che aveva rispettosamente preso in mano.
57 – Dattatreya si rallegrò in cuor suo per un siffatto saluto da parte di Rama, gli elargì la propria benedizione e gli concesse di levarsi in piedi.
58 – “Alzati, o diletto. Oggi ti rivedo dopo lungo tempo: è molto che non ci incontriamo. Dimmi tue notizie, dimmi se la tua salute è buona.”
59 – Alle parole del maestro quegli si levò e con l’animo sereno prese posto su di un confortevole seggio che quello gli aveva nel frattempo mostrato. Giunte le mani a coppa in segno di rispetto, così parlò:
60 – “Venerabile maestro, oceano di compassione! Chi si è tuffato nel liquore d’immortalità della tua pietà come potrebbe venir sfiorato dalle vicende poste in essere dal Demiurgo divino?
61 – Saldamente insediato nell’orbe lunare sostanziato di compassione che tu rappresenti, come potrebbe bruciarmi il terribile sole della malattia?
62 – La tua compassione mi colma di gioia, anima e corpo, costantemente e fermamente. Eccetto che per l’esser disgiunto dai piedi di loto di vossignoria,
63 – non provai mai alcun insignificante disagio quale che sia. E ora, grazie alla contemplazione dei piedi di loto di vossignoria nuovamente concessami,
64 – ho ottenuto pienezza di beatitudine. E tuttavia da lungi un quesito si rivolve entro il mio cuore.
65 – Da tempo desidero chiederti ciò che mantiene la mia mente nel dubbio. Se me lo concedi, oggi stesso io ti chiederò ciò che mi rende perplesso.”
66 – All’udire le parlo del Bhargava, Dattatreya, quell’oceano di compassione, così gli disse gioiosamente:
67 – “Domanda pure, o Bhargava, quel che da tempo s’agita in cuor tuo. Io sono soddisfatto della tua devozione. Ti esporrò quanto desideri conoscere.”

Termina qui la prima lettura della sezione della gnosi del Segreto della Dea Tripura, che s’intitola “il quesito del Bhargava”.

Fonti