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Tripura Rahasya (Jnanakanda) – Seconda lettura: gloria della riflessione

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tripura sundari
1 – Il Jamadagnya, ricevuta l’autorizzazione a parlare, inchinatosi rispettosamente al savio asceta figlio di Atri, prese a rivolgergli queste domande:
2 – “O Signore, nobile maestro, oceano di compassione, tu che tutto conosci, sappi che un tempo per certe ragioni io ero adirato con la schiatta dei guerrieri.
3 – E a cagione di quest’ira io tentai per ventuno volte di sterminare la loro stirpe, senza risparmiare le donne incinte e i bambini attaccati al seno, riempiendo un lago del loro sangue.
4 – Saziate dall’offerta di sangue le schiere dei miei antenati si rallegrarono per la gravosa devozione che avevo dimostrato loro, e placarono la mia ira, così che fui pacificato per volere dei mani.
5 – In quel mentre seppi che lo splendido Rama, ossia Hari in persona, regnava ad Ayodhya. Ed ecco che, accecato dall’ira, inorgoglito del mio valore, mi mossi incontro a lui.
6 – Fui sconfitto e privato dell’orgoglio dal Signore, e a stento riuscii in qualche modo a conservarmi in vita, solo per la compassione ch’egli dimostrava nei confronti di un brahmano.
7 – Quindi un profondo disgusto si impadronì di me, e tutto penetrato da esso levavo alti lamenti lungo il cammino.
8 – E d’improvviso, come quando un fuoco cova nascosto sotto la cenere, ebbi la ventura di conoscere sul sentiero il re degli asceti votati alla rinuncia, Samvarta.
9 – Il refrigerio che emana da tutte le sue membra mi donò sollievo, come la rugiada per chi è riarso dal sole.
10 – Gli chiesi conto del suo stato, ed egli mi rispose con sublime dolcezza, estratta la sostanza della questione, esponendomi l’essenziale.
11 – Ma non fui in grado di afferrare il senso delle sue parole, come un miserabile non può comprendere una regina, e quando gli chiesi ulteriori lumi mi indirizzò da te..
12 – Per questo ho preso rifugio ai tuoi piedi, come a un cieco reca somma gioia il contatto con gli altri. Io non riuscivo a capire quel che diceva il savio asceta Samvarta,
13 – e ascoltai per intero da te la magnificazione della dea Tripura, che ha suscitato la mia devozione verso di Lei.
14 – La Dea si è per sempre insediata nel mio cuore, e riveste le fattezze del tuo viso. Ma qual frutto mi viene da questa costante presenza della Dea in me?
15 – Preso da compassione, degnati di dirmi quel che un tempo mi insegnava Samvarta: non sono riuscito ad averne contezza e questo mi preclude qualsivoglia appagamento.
16 – Se non comprendo il suo insegnamento, tutto quel che faccio appare ai miei occhi nulla più che un trastullo per bambini.
17 – In passato mi sono propiziato gli dèi a Partire da Shakra con numerosi sacrifici, generose elargizioni e sostanziose distribuzioni di cibo.
18 – Ma per bocca di Samvarta ho appreso che tutto questo reca poco frutto, e io ritengo che ciò che ha poco pregio partecipa interamente della natura del dolore.
19 – Il dolore non è semplicemente assenza di piacere, ma al contrario un dolore di debole intensità è considerato piacere: per questo, una volta trascorso il piacere, un dolore ancora più forte si insinua nell’animo.
20 – E non si scorge a tutt’oggi in alcun modo un potere che abbia la capacità di trascendere la presa della morte.
21 – E così il culto da me reso alla Dea Tripura, giacché rientra per intero nel novero delle attività mentali, mi appare anch’esso simile a un trastullo per bambini.
22 – Certo esistono delle varianti a quel che tu mi hai detto di fare per venerare la Dea, a cagione della varietà delle tradizioni dottrinali a cui appoggiarsi.
23 – Inoltre, in forza della varietà dei supporti, si dà una molteplicità di culti. Come potrebbe in tal caso il servizio reso alla Dea non partecipare della falsità del frutto, dal momento che è soggetto ai medesimi riti del culto ordinario?
24 – Se è sostanziato di falsità, come potrebbe essere vero? E tuttavia è considerato un dovere da compiersi costantemente, senza limitazioni di tempo.
25 – A cagione di ciò il beato Samvarta mi è parso un essere libero da ogni passione, che si è sbarazzato della più piccola traccia delle fiamme provocate dal terribile veleno che è il dovere.
26 – Saldo sulla via del rifiuto d’ogni paura, contempla sorridendo la macchina del mondo, simile a un elefante che si asperge d’acqua fresca in mezzo a una foresta in fiamme.
27 – L’inconsistenza di ogni dovere era come un liquore d’immortalità, del cui dolce sapore egli si dilettava. Come riuscì a ottenere tale condizione? E che significava ciò che a quel tempo si sforzava di insegnarmi?
28 – Tu puoi svelarmi tutto questo, o maestro, per pietà. Liberami dunque dalle nere fauci del serpente del dovere, pronto a divorarmi.
29 – Ciò detto, prosternatosi toccò con la fronte i piedi del maestro. Questi si accorse che il Bhargava era ormai pronto a prendere parte alla liberazione.
30 – Mosso naturalmente a pietà, Dattatreya prese a dire: “Diletto Bhargava, felice sei tu per albergare siffatti pensieri!
31 – Come un naufrago che si dibatte in mezzo all’oceano raggiunge una barca, così la pratica devota dei riti ti ha consentito di ottenere questa risoluzione.
32 – Ed è la Dea Tripura che ti fa ascendere alla condizione di suprema purezza, lei che ha l’aspetto dello spazio presente nel cuore di ciascuno.
33 – La Dea è sollecitata a tramutarsi nel cuore stesso del devoto in tale risoluzione e a liberare dalla rete della morte chi rivolge la sua venerazione esclusiva a Lei.
34 – Come chi sia posseduto da un lemure non può certo attingere la felicità, così l’uomo finché teme il demone del dovere.
35 – Come potrebbero essere felici uomini morsi dal nero serpente del dovere, simili a chi abbia le membra tormentate dal fuoco di un formidabile veleno?
36 – Guarda il mondo, istupidito dal contatto con il veleno del dovere, che divenuto cieco non conosce più quale condotta gli sia di giovamento.
37 – Questo mondo istupidito dal veleno del dovere, più si sforza vanamente più sprofonda di nuovo nell’obnubilamento.
38 – Puoi vederlo dibattersi nel terribile oceano del veleno da un tempo senza inizio. Così un tempo una schiera di pellegrini percorreva la regione dei monti Vindhya.
39 – Tormentati dai morsi della fame scorsero dei frutti in una foresta. Per la fretta scambiarono quei frutti della pianta vishamushti per bacche di tinduka.
40 – Le loro facoltà sensoriali erano ottenebrate dalla fame e li mangiarono. Ed ecco le loro membra furono assalite dall’ardente veleno contenuto in esse e presero a torcersi dal dolore.
41 – Resi ciechi dalla loro ignoranza si sforzavano di placare l’arsura provocata dal veleno, ma non sapendo di aver consumato frutti di vishamushti e convinti d’aver fatto uso di tinduka
42 – accadde loro di scambiare per errore frutti di dhattura per cedri e di cibarsene con avidità.
43 – Intossicati dal veleno di quei frutti smarrirono la strada, e ormai accecati presero a vagare nella selva impenetrabile, cadendo a ogni passo nei fossi.
44 – Le membra straziate dalle spine, chi si ruppe un braccio, chi una gamba, chi un piede. Presero quindi a litigare tra loro scambiandosi ingiurie.
45 – Continuarono a colpirsi l’un l’altro con pietre e bastoni e a prendersi a pugni, finché, pesti e contusi in tutto il corpo, giunsero nei pressi di una città.
46 – Ma il destino volle che si accostassero alla porta della città in piena notte, imbattendosi nelle sentinelle che impedirono loro l’accesso.
47 – Senza tenere in alcun conto le circostanze di tempo e luogo, attaccarono briga con i soldati di guardia, che affibbiarono loro un castigo esemplare.
48 – Si diedero allora a una fuga precipitosaper ogni dove. Chi cadde nel fossato per essere divorato dai coccodrilli,
49 – chi precipitò in forre o in pozzi perdendovi la vita. Altri, catturati ancora vivi, furono uccisi dai guardiani.
50 – Ahime! In questo modo il volgo, attratto dal desiderio del benessere, istupidito dal veleno del dovere, va incontro alla propria rovina, completamente accecato dall’inganno.
51 – Ma tu, o Bhargava, hai questa fortuna: in te è sorta la radiosa alba della liberazione. E questa è la riflessione, ch’è la radice di ogni cosa, il primo gradino
52 – della scala che conduce al supremo bene. Sappi che senza la riflessione nessuno potrebbe conseguire la pace.
53 – La mancanza di riflessione è la peggiore delle morti: è per mancanza di riflessione che il volgo perisce. Chi riflette consegue la vittoria in ogni occasione, giacché ottiene quel che desidera.
54 – I Daitya furono distrutti dalla mancanza di riflessione, e così pure i Rakshasa. E gli dèi gustano in perpetuo la felicità solo in forza della loro suprema capacità di riflessione.
55 – Grazie alla riflessione gli dèi si allearono a Vishnu e poterono così sconfiggere i loro nemici ogni volta. La riflessione è il seme che è in grado di far rampollare l’albeero della felicità.
56 – Grazie alla riflessione l’uomo risplende al di sopra di tutto; grazie alla riflessione Brahma ha la preminenza su ogni altro essere; grazie alla riflessione Hari riceve culto.
57 – Grazie alla riflessione l’onnisciente Shiva è divenuto il Signore degli dèi. Per aver inseguito un’antilope senza riflettere Rama, pur essendo il migliore tra quanti sono dotati di intelletto,
58 – andò incontro alla suprema rovina. Ma grazie alla riflessione ebbe ragione dell’oceano e si impadronì della rocca di Lanka, brulicante di antidèi.
59 – Per non aver riflettuto Brahma, obnubilato dall’orgoglio, si ritrovò con una testa mozzata, come hai potuto apprendere dalla rivelazione sacra.
60 – Il Gran Dio Shiva concesse senza riflettere un dono a un antidio e fu costretto alla fuga per paura di essere ridotto in cenere.
61 – Per mancanza di riflessione Hari assalì un tempo la consorte di Bhrigu, incorrendo in una maledizione foriera di un disagio insopportabile.
62 – E nello stesso modo altri dèi, antidèi, Rakshasa, uomi e animali andarono in rovina per mancanza di riflessione.
63 – Felici e degni di lodi sempiterne, o Bhargava, quelli che mai la riflessione abbandona!
64 – Per mancanza di riflessione ci si imbatte nel dovere e si sprofonda nell’obnubilamento, grazie alla riflessione ci si libera da ogni sorta di pericoli.
65 – Così da un tempo infinito le genti sono cadute preda dell’irriflessività. Finché si manca di riflessione, come si potrà accedere alla consapevolezza?
66 – In un deserto riarso dai raggi terribili del sole d’estate dove potrebbe trovarsi dell’acqua fresca? E similmente, chi da lungo tempo sia stato lambito da una ghirlanda di lingue di fuoco dell’assenza di riflessione,
67 – come potrebbe fruire del contatto rinfrescante della riflessione senza un mezzo che glielo faccia raggiungere? E questo è il mezzo supremo, l’unico, il più importante di tutti:
68 – la suprema compassione della Dea, che ha preso dimora nel cuore di ciascuno. Senza di essa, come potrebbe chicchessia attingere il bene supremo?
69 – Il sole della riflessione annienta le fitte tenebre della irriflessione. Esso trova il suo fondamento nella devota venerazione della Dea.
70 – Soddisfatta dal culto che le viene reso per propiziarsela la sublime Dea assume l’aspetto della riflessione e sale alta nel cielo della mente come un sole.
71 – Pertanto Tripura che ha l’aspetto del proprio Sé, la Signora suprema, che risiede in ciascuno, la fulgida maestosa Signora sostanziata di Coscienza, la Benigna,
72 – sia venerata senza intenzione fraudolenta, secondo le prescrizioni del maestro. Devozione e fede immacolata devono comunque essere a fondamento del culto.
73 – E alla base di esse si ritiene vi sia l’ascolto della glorificazione della Dea: per questo, o Rama, io ti ho fatto udire prima la sezione sulla glorificazione.
74 – Proprio in seguito a quell’ascolto tu ti trovi ora in una condizione vantaggiosa. La riflessione è la radice del supremo bene: pertanto non hai nulla da temere.
75 – Sino a quando non albeggia la riflessione l’uomo infetto dall’errore dell’irriflessività prova ogni giorno la più grande paura.
76 – Al modo in cui un malato grave trattato con medicamenti continua tuttavia a temere per la propria vita sino a quando non si accorge che i costituenti del suo organismo iniziano a purificarsi,
77 – solo una volta ottenuta la più elevata riflessione la vita degli uomini reca frutto.. Fino a quando nelle varie esistenze umane non si raggiunge la suprema riflessione,
78 – sino ad allora l’albero dell’esistenza è sterile, perché privo di frutto. E sull’albero dell’esistenza sboccia il frutto solo quando l’individuo entra in contatto con la consapevolezza.
79 – Gli uomini che non entrano in contatto con la consapevolezza sono simili a rane nel fondo di un pozzo, che ivi nascono e muoiono senza conoscere alcunché
80 – del bene o del male. Così le genti continuano a nascere invano in fondo a questo pozzo che è l’universo.
81 – Non sanno ciò che è bene e ciò che è male per il proprio Sé, e di nascita in nascita continuano a morire senza aver conosciuto cosa potrebbe esser loro di giovamento.
82 – Percepiscono erroneamente il piacere in ciò che è dolore e il dolore in ciò che è piacere, e per l’enormità della loro mancanza di riflessione si consumano nella fornace della rinascita.
83 – Pur insozzati dal dolore non abbandonano nessuna delle loro perniciose abitudini. Come un asino, pur se preso cento volte a calci
84 – da un’asina continua a seguirla, così il volgo è schiavo della trasmigrazione. Ma tu, o Rama, che sei sostanziato di riflessione, ti accingi a trascendere il dolore.”

Termina qui la seconda lettura della sezione della gnosi del Segreto della Dea Tripura, che s’intitola “gloria della riflessione”.
Fonti

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