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Istruzione del medico in Ayurveda

suryanamaskara 0

un vaidya coi suoi discepoli
Anche i medici possono sbagliare: se per esempio scambiano una malattia grave per un disturbo leggero, possono somministrare una blanda terapia purificante che aggrava i dosha; se fanno l’errore opposto, rischiano di sottoporre il paziente ad una drastica terapia purificatoria che lo fa dimagrire eccessivamente. Di solito si erra quando si prende una conoscenza parziale per una conoscenza completa: i medici incompetenti colgono solo alcuni elementi della malattia e credono di aver subito capito di che si tratta; e se s’ingannano nel riconoscere la malattia, sceglieranno il trattamento sbagliato.
Come si possono ridurre al minimo questi errori? Secondo Charaka, è di fondamentale importanza che il medico riceva un’istruzione adeguata, sia scegliendo un buon shastra, sia affidandosi ad un maestro competente. Lo shastra non è soltanto un libro di testo: è un corpus dottrinale, trasmesso sia oralmente che per iscritto, che va scelto tenendo conto dell’impegno che uno vuole assumersi, del risultato da raggiungere, del luogo in cui si abita e del tempo necessario per studiare.
Chakrapani chiarisce che questi sono i requisiti necessari all’aspirante medico: innanzitutto costui non deve pensare che lo studio dell’Ayurveda sia troppo pesante in rapporto alle sue capacità, altrimenti non ce la farà mai; poi non dev’essere del tutto indifferente alle conquiste della medicina, perchè se a uno non importa niente della salute del paziente, è meglio che non faccia il medico; non deve abitare in un posto dov’è impossibile studiare l’Ayurveda, e infine se vuole finire gli studi non dev’essere troppo vecchio: l’età migliore è la giovinezza, o addirittura la fanciullezza.
Se lo studente ha le qualità per riuscire, sceglierà uno shastra che sia già aaplicato da medici illustri e perseveranti, che forniscono una gran quantità di nozioni e che abbia una buona reputazione presso gli esperti.
Inoltre lo shastra ideale non è quello che può essere appreso solo dagli studenti più intelligenti, ma quello che è utile anche a quelli di media o scarsa intelligenza; fra i numerosi altri requisiti del buon shastra troviamo anche delle caratteristiche testuali, quali l’assenza di ripetizioni, l’adeguatezza dei commentari al testo, il servirsi di parole non difficili e chiare, l’esposizione ordinata e priva di contraddizioni, ecc.
Apparentemente la Charakasamhita e la Sushrutasamhita non corrispondono a questo canone, in quanto sono di difficile studio. D’altra parte questa non è soltanto l’impressione del profano occidentale incapace di mandare a memoria qualche migliaio di versi, se già l’Ashtangasamgraha osservava che i trattati dei suoi predecessori erano prolissi e pieni di ripetizioni senza essere esaurienti, per cui la vita degli studenti si esauriva nello sforzo di impararli tutti, invece di fruire di un opera chiara e riassuntiva, come proprio l’Ashtangasamgraha dichiarava di essere.
Una volta scelto il suo shastra, lo studente deve cercarsi un maestro (acharya); questi deve infondergli le qualità del medico, come una nuvola, nella stagione piovosa, fa diventare fertile un buon terreno. Non basta che il maestro conosca molto bene la sua arte e sia esercitato in essa, né è sufficiente che possieda tutti i suoi organi di senso, cioè che non sia cieco, sordo, ecc., o che sia fornito degli strumenti necessari all’esercizio della sua professione, come i ferri chirurgici o altri oggetti: la superbia, l’invidia e la collera devono essere assenti dal suo animo, deve essere affezionato ai suoi allievi e inoltre deve riuscire a farsi capire bene da loro. Nella mente del maestro, alle nozioni ayurvediche non dovrebbero sovrapporsi altri shastra: ne deriverebbe una gran confusione, e verrebbe meno l’autonomia della medicina. Chakrapani infatti dice che questa osservazione di Charaka si riferisce agli insegnamenti diversi da quello ayurvedico; è pienamente ammissibile che uno che già conosca bene l’Ayurveda completi la sua formazione attingendo anche ad altri campi, ma senza porre tutto ciò che impara sullo stesso piano.
Non è detto però che il maestro scelto dall’aspirante medico lo accetti senz’altro come discepolo: ora tocca a quest’ultimo sottoporsi ad un minuzioso esame fisico e psichico. La prima e principale qualità richiesta nello studente, secondo Charaka, è la calma (evidentemente un medico non può essere agitato e frettoloso); ma neppure bisogna essere pigri e privi di entusiasmo, altrimenti non si finiranno gli studi. Una certa preferenza è accordata ai figli di medici, o a coloro che mostrano la loro vocazione comportandosi già da medici, ma Charaka, parlando dell’istruzione, non dice esplicitamente quale deve essere la casta del discepolo, forse perchè da per scontato che le esigenze di purezza devono essere rispettate. In un’altra occasione Charaka osserva che l’Ayurveda dev’essere studiato dalle prime tre caste: brahmani, rajanya (guerrieri) e vaishya (artigiani e commercianti); I brahmani lo studieranno per il beneficio di tutte le creature, i guerrieri per proteggerle e i vaishya per sostentarle; in generale però tutti devono conoscerlo per poter realizzare i primi tre fini dell’esistenza (dharma o compimento del proprio dovere, artha o acquisizione di denaro e potere, e kama o piacere amoroso, il quarto fine essendo moksha, la liberazione dal samsara o ciclo delle rinascite).
Sushruta nota che lo studente deve appartenere alle prime tre caste, ma in certi casi e a certe condizioni può provenire anche dalla casta servile; esternamente egli dovrà purificarsi con il bagno ed altre pratiche, ma importante sarà anche la purezza mentale.
Il coraggio, il dominio dei propri sensi, la forza di volontà, la capacità di astenersi dall’azione sono aspetti del carattere che il futuro medico deve possedere, oltre a qualità intellettuali come la memoria, la capacità di ragionare e di comprendere un testo. In generale il candidato deve nutrire il desiderio di giovare a tutti gli esseri, senza distinzione tra piante, animali o esseri umani.
Il discepolo brahmano accettato dal maestro riceve da lui una vera e propria iniziazione: si presenta dinanzi a lui in una congiuntura astrologia favorevole, dopo aver digiunato ed essersi purificato con un bagno, con la testa rasata; reca offerte come ghirlande, oro, gioielli, burro fuso, riso, erba kusha e altri oggetti. Il maestro lo accoglie su uno spiazzo di terreno pulito rivolto ad est o a nord, decora il luogo con le offerte del discepolo e, recitando alcuni mantra, offre nel fuoco miele e burro fuso alle divinità tutelari della medicina: Brahma, Agni, Dhanvantari, Prajapati, i due Ashvin, Indra, oltre che i veggenti e gli autori dei sutra.
A questi riti seguono quelli compiuti dal discepolo, che deve anche venerare il fuoco, i brahmani e i medici presenti, inducendo i brahmani a recitare delle formule beneauguranti.
Il maestro espone quindi (Charakasamhita Vimana sthana capitolo 8 versi 1 – 14) il complesso delle norme cui deve ispirarsi l’operato dei suoi discepoli, secoli prima del giuramento di Ippocrate – quest’ultimo forse una filiazione del Giuramento di Caraka – che contiene in sintesi la deontologia ayurvedica ad uso del vaidya o dell’aspirante tale:

“Tu sarai casto, lascerai crescere la barba, dirai il vero, non mangerai carne, ma soltanto cibi puri, ti asterrai dall’invidia e non porterai armi; non tralascerai di far nulla di ciò che io ti ordinerò, a meno che ciò non sia inviso al re, non provochi la morte di qualcuno, non comporti un atto gravemente illecito o non implichi un risultato negativo, pur avendo un effetto positivo. Ti affiderai a me, riconoscerai la mia superiorità, dipenderai da me e perseguirai sempre ciò che mi piace e mi giova. Starai con me curandomi come un figlio o un servo o un supplicante; ti comporterai senza arroganza, con attenzione, senza pensare a nient’altro, con umiltà, costante sollecitudine, e obbedirai senza adombrarti. Agendo secondo quanto ti chiederò o meno, ti sforzerai innanzitutto di realizzare il più possibile gli obiettivi del tuo maestro. Se tu desideri come medico ottenere il successo, la ricchezza, la fama e andare in cielo dopo la morte, sforzati e dedicati ogni giorno alla preghiera per il bene di tutte le creature, ponendo al primo posto le vacche e i brahmani. Adoperati con tutto te stesso per la salute dei malati, non fare loro alcun torto anche a costo della vita; non commettere adulkterio e non impossessarti dei beni altrui neppure mentalmente; i tuoi abiti ed ornamenti siano modesti; non sarai un ubriacone, un malfattore, né uno che li frequenta. Avrai parole gentili, pure e corrette, benevole, cordiali, veritiere, giovevoli e misurate; ti comporterai secondo il luogo e il tempo, avrai memoria del passato e ti sforzerai sempre di perfezionarti nella conoscenza, nello zelo e nel servizio al prossimo. E non prescriverai farmaci a chi è odiato dal re o a chi lo odia, a chi è odiato dalle persone importanti o a chi le odia, come pure a chi è eccessivamente malato, a chi è malvagio o a chi ha un carattere e una condotta miserabile, a chi non vendica un’offesa, ai moribondi, alle donne il cui marito è assente o che sono prive di sorveglianti. Non devi accettare alcun dono dalle donne senza il permesso del marito o del sorvegliante; entrerai in casa del malato insieme a un uomo conosciuto che ha il permesso di entrare; farai il tuo ingresso ben vestito, con la testa china, la memoria pronta, tranquillo, riflettendo più volte su ogni cosa, comportandoti correttamente. Una volta introdotto, non rivolgere le tue parole, la tua mente, il tuo pensiero e i tuoi organi di senso ad alcunchè eccetto al malato e a ciò che gli è di beneficio; i comportamenti dei familiari del malato non devono essere resi noti all’esterno; anche se ti rendi conto che al paziente resta poco da vivere, non lo dirai, nel caso in cui questo possa danneggiare il malato o qualcun altro; pur essendo sapiente, non ti vantare troppo di ciò che sai: molti detestano chi si vanta eccessivamente, anche se è una persona degna di fede. E l’Ayurveda non ha fine, perciò ti dedicherai ad esso sempre con costante zelo: questo è quanto devi fare.
E così apprendi poi senza invidia le migliori virtù anche dai tuoi nemici: il mondo intero è maestro a chi è intelligente, mentre è considerato un nemico dagli stupidi. Perciò, considerando con intelligenza queste cose, ascolterai e seguirai il consiglio anche di una persona non amichevole che ti istruisce, se questo ti può dare ricchezza, fama, lunga vita, benessere, e se è generalmente accettato. Comportati sempre bene con gli dei, il fuoco, i brahmani, le guide spirituali, gli anziani, coloro che si sono realizzati e i maestri; se ti condurrai bene verso di loro, questo fuoco, tutti gli aromi, i sapori, le gemme, i semi e le suddette divinità ti saranno propizi; se non farai così, non ti saranno propizi”.

Dopo aver ascoltato questo discorso, il discepolo si impegna a mettere in pratica i precetti del maestro: solo a questa condizione gli verrà impartito l’insegnamento ayurvedico.
A questo punto dovrà seguire un certo metodo di studio, che Charaka descrive in questi termini: si alzerà all’alba, se non quando è ancora notte, compirà le sue funzioni quotidiane, si laverà, venererà gli dei, i veggenti, le vacche, i brahmani, le guide spirituali, gli anziani, i realizzati e i maestri, poi si siederà comodamente in un posto pianeggiante e pulito, e comincierà a ripassare ordinatamente i sutra, concentrandosi più volte su ciascuno di essi e cercando di capirne totalmente il senso: riuscirà così ad eliminare gli errori che ancora commette quando li recita, e potrà individuare gli sbagli degli altri. Sempre intento a questo studio, l’allievo trascorrerà il mattino, il pomeriggio e la sera.

Bibliografia e sitografia

La medicina indiana (Ayurveda), Antonella Comba – Promolibri 1991

http://www.ayurvedicpoint.it/Ayurvedic%20Point%20Articoli.php?id=8
http://www.atahayurveda.it/articoli/2011/12/27/1-il-coraggio-di-ippocrate/