Crea sito
Press "Enter" to skip to content

I dosha e i guna

suryanamaskara 0

Se i dosha non equivalgono semplicemente ai tre elementi aria, fuoco e acqua, o se ciascuno di essi non è costituito da un solo elemento, non ha più tanto senso chiedersi perché sono tre e non cinque, come gli elementi.
Però ci si può chiedere come mai siano proprio tre.
Apparentemente questa “dottrina trinitaria” non costituisce un dogma indiscutibile per tutti: Sushruta parla di un quarto dosha, il sangue, che in trattato di chirurgia come il suo è particolarmente importante per spiegare i processi di suppurazione delle ferite.
Ciò nonostante, anche per Sushruta sono i primi tre dosha a costituire e a sostenere il corpo, come un edificio sorretto da tre pilastri.
I dosha vengono da lui paragonati alla luna, al sole e al vento: lo schema triadico non viene eliminato, bensì è utilizzato per evidenziare le corrispondenze fra microcosmo e macrocosmo.
Chakrapani contesta energicamente che i dosha siano più di tre: il sangue non è un fattore patogeno indipendente, ma esso viene alterato dai tre dosha.
Se talvolta si parla di malattie nate dall’alterazione della carne o di altri elementi corporei, non si intende alludere a nuovi dosha, ma si designa l’effetto col nome della causa.
Accanto ai dosha fisici vi sono quelli mentali, che sono chiamati rajas e tamas come i guna del Samkhya.
Il terzo guna, sattva, non è un elemento patogeno: quando esso predomina, la mente è chiara e tranquilla; rajas e tamas, invece, sono necessariamente associati e producono passione, ira, offuscamento, desiderio, ilarità, presunzione, stupidità, dolore (come quello che si prova per la morte di un figlio), instabilità mentale, paura, ecc.; in qualche modo il rajas è più importante e pericoloso del tamas, perché quest’ultimo non può avere alcuna attività se non è associato col primo.
Chakrapani non commenta diffusamente questi interessanti dosha, perché, a suo dire, l’Ayurveda si occupa delle terapie corporee.
Occorre tuttavia notare che la pazzia e quelle che noi chiamiamo “malattie mentali” sono per l’Ayurveda affezioni sia mentali che corporee, e quindi rientrano nell’ambito ayurvedico, mentre le malattie chiamate manasa, “mentali”, sono quelle provocate dal rajas e dal tamas (e in quanto tali noi le chiameremo “passioni” o “vizi morali”).
Sia Sushruta che il commentatore Dalhana dedicano molto spazio alle malattie “mentali”: Sushruta ne elenca alcune (l’ira, il dolore, la paura, ecc.), mentre Dalhana, oltre a distinguere come Chakrapani le malattie soltanto corporee, soltanto mentali o sia corporee che mentali (ad esempio l’epilessia), sottolinea la stretta correlazione fra mente e corpo: “Se le [malattie mentali] affliggono anche il corpo, anche [le malattie] corporee affliggono la mente; infatti le mentali affliggono prima soltanto la mente e poi il corpo, e similmente [fanno] le corporee”.
I testi ayurvedici non si occupano di psicologia in modo molto approfondito, forse perché ritengono che questo compito spetti allo Yoga; secondo Chakrapani, uno stesso autore ha composto sia gli Yogasutra (Aforismi dello Yoga), sia l’opera grammaticale Mahabhasya di commento a Panini, sia la Charakasamhita, per eliminare i difetti della mente, della parola e del corpo: costui è Patanjali, il Signore dei Serpenti.
Dunque l’Ayurveda si occupa soprattuto del corpo, lo Yoga riguarda la mente e la grammatica permette di usare correttamente la parola.

Da “La medicina indiana (Ayurveda)” Antonella Comba – Promolibri