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I dosha e gli elementi

suryanamaskara 0

Come si è giunti ad attribuire ai dosha determinate qualità?
Non è facile ricostruire il processo che ha portato alla formulazione di tale teoria.
Vi possono però essere state due idee direttrici:

  • La prima è il riconoscimento, nel corpo umano, di forze e funzioni assimilabili a quelle svolte dagli elementi naturali nel mondo esterno, e quindi il parallelo microcosmo-macrocosmo, apertamente affermato nei testi ayurvedici.
  • La seconda è la modofocazione delle qualità degli elementi in rapporto alle osservazioni compiute nei campi dell’anatomia, patologia e terapeutica.

Forse è stato seguito un procedimento analogo a quello con cui si sono dedotte le categorie del Vaisheshika: ad ogni conoscenza ottenuta con garanzie di validità corrisponde un’entità realmente esistente; se gruppi di sintomi sono sempre associati, e se la malattia può essere eliminata da certe sostanze, si postulerà che nel corpo esistano delle entità chiamate dosha che producano i sintomi e che possano essere, se non espulse completamente dal corpo, per lo meno calmate e riportate alla normalità da sostanze con qualità opposte.
E’ possibile affermare che ogni dosha è formato da uno o più elementi cosmici, dal momento che il corpo stesso è costituito da tali elementi?
Su questo punto non c’è alcun accordo fra i moderni studiosi di Ayurveda:

  • alcuni sostengono per esempio che il dosha vata è l’elemento aria, il pitta è l’elemento fuoco e il kapha è l’elemento acqua;
  • altri, che il vata rappresenta nel corpo lo spazio (akasha) e l’aria, il pitta riassume in sé gli elementi fuoco e acqua, mentre il kapha è l’aspetto microcosmico di acqua e terra;
  • altri ancora, che i tre dosha sono costituiti da tutti e cinque gli elementi, ma nel vata predominano lo spazio e l’aria, nel pitta il fuoco e nel kapha l’acqua e la terra.

Alla base di questa disparità di opinioni vi è il disaccordo fra gli stessi autori classici:

  • secondo Charaka nel pitta predominano l’acqua e il fuoco, nel kapha l’acqua;
  • per Sushruta, il pitta è igneo (cioè, della natura del fuoco, n.d.r.);
  • infine l’Ashtangasamgraha afferma che il vata deriva dall’elemento aria e dall’akasha, il pitta dal fuoco e lo sleshman dall’acqua e dalla terra.

Se però si fa derivare il vayu (o vata) dall’akasha, si incorre in un’aporia (passaggio impraticabile, strada senza uscita), perché l’akasha è onnipresente e non limitato spazialmente (amurta), mentre il vento è spazialmente limitato (murta), e da enti non limitati non possono derivare enti limitati;
questa esposizione dei rapporti fra elementi corporei e cosmici non va dunque presa alla lettera, ma serve piuttosto a mostrare le potenzialità (shakti) e la forma propria (svarupa) dei dosha.
Un dosha sarà quindi legato a un certo elemento cosmico perché provoca gli stessi effetti ed ha qualità analoghe: per riconoscere una sostanza occorre certamente conoscerne le qualità e le azioni, anche se per il Vaiseshika la sostanza non è soltanto la somma delle sue azioni e qualità.
Le eccezioni a questo principio sono debitamente segnalate e giustificate dai commentatori: per esempio, Chakrapani (commentatore della Charakasamhita) fa notare che, mentre l’elemento aria del Vaiseshika non ha la qualità della freddezza né del calore, il vayu ayurvedico è descritto come freddo, perché si è constatato che esso viene accresciuto dal freddo ed alleviato dal calore, e si è inoltre osservato che si prova una sensazione di freddezza quando si soffre di malattie provocate dal solo vayu.
Questo è un esempio di come le qualità degli elementi, attribuite ai dosha, vengano modificate in base all’esperienza.
Un procedimento diverso è attuato nel corso della disputa sulla natura del pitta.
Questo dosha possiede alcune qualità del fuoco, come il calore, ed altre qualità che contraddistinguono l’acqua (per esempio l’oleosità e la liquidità).
Sembrerebbe perciò difficile negare che il pitta possieda nello stesso tempo una natura ignea ed una acquosa.
Sushruta tuttavia afferma che la bile è il “fuoco interiore”, cioè il potere di digerire, e soltanto quello, in quanto digerisce, trasforma, ecc.; da ciò si evince che per Sushruta la bile non ha una natura acquosa.

Da “La medicina indiana (Ayurveda)” Antonella Comba – Promolibri