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Ayurveda:varietà e funzioni della bile (pitta)

suryanamaskara 0
pitta
Immagine tratta dal sito www.scuoladisalutenaturale.com simboleggiante il dosha Pitta
  • La bile pachakagni (letteralmente “fuoco che cuoce”, vale a dire “fuoco digestivo”) è situata fra l’intestino tenue e lo stomaco, causa la digestione del cibo e separa i dosha, il rasa, l’urina e le feci.
  • La bile ranjakagni (“fuoco colorante”), la cui sede è nel fegato e nella milza, dà colore al rasa.
  • La bile sadhakagni (“fuoco realizzatore”), che risiede nel cuore, fornisce i mezzi per realizzare i propri desideri, perché rende chiara la mente eliminando il tamas del flemma che è presente nel cuore.(tamas è una delle tre qualità costitutive della Natura o prakriti, caratterizzata da ignoranza, inerzia, staticità, n.d.r.)
  • La bile alochagni (“fuoco visivo”) è negli occhi e permette di percepire il colore.
  • Infine la bile bhrajakagni (“fuoco che illumina”) risiede nella pelle, contribuisce all’assimilazione delle sostanze terapeutiche usate nel massaggio oleoso, nell’aspersione, nel bagno, nelle applicazioni esterne.

Queste specificazioni della bile ci permettono di notare che l’area semantica della parola “bile” è assai più ristretta di quella del pitta: chi parlerebbe mai di una “bile” che provoca la visione dei colori?
Sempre tenendo presente l’artificiosità di una tradizione meccanica, cerchiamo di ridefinire e di comprendere il più possibile il concetto di pitta.
Nel far questo, seguiamo l’opinione di Sushruta, dell’Ashtangasamgraha e dell’Ashtangahridaya (testi fondamentali dell’Ayurveda attribuiti a Vagbhata), che identificano il pitta con il fuoco.
Mentre Charaka e Chakrapani (autore di un commentario alla Charakasamhita intitolato Ayurvedadipika – “Lampada dell’Ayurveda”) sostengono che tale identificazione è scorretta, perché vi sono delle sostanze come il burro fuso che fanno diminuire la bile mentre aumentano il “fuoco” digestivo.
La bile per Sushruta ha innanzitutto la funzione di “cuocere” i cibi.
Questo non significa che ci si raffiguri ingenuamente lo stomaco come un gran pentolone in cui ribolliscono le sostanze ingerite, mentre sotto di esso ardono le fiamme della bile pachakagni.
In realtà la “cottura” o “cozione” non è altro che la trasformazione di una sostanza mediante il calore.
Il problema della cozione è stato lungamente dibattuto fra Vaiseshika e Nyaya (due antiche scuole filosofiche indiane), nel tentativo di spiegare come mai una sostanza, se riscaldata, muta le sue qualità: secondo gli uni il calore deve prima separare i singoli atomi della sostanza, per poi far loro acquisire la nuova qualità; per i secondi, invece, il cambiamento della qualità dovuto al calore ha luogo nell’intera sostanza, che rimane strutturalmente intatta.
L’Ayurveda non si addentra in questo dibattito, ma identifica la bile con l’agente che opera la cozione.
Da questo punto di vista, sono molto simili le funzioni della bile pachakagni, ranjakagni e bhrajakagni: la prima opera la cozione vera e propria, il processo grazie al quale nel nostro corpo gli alimenti si trasformano in sostanze completamente diverse; la seconda spiega perché il colore che il rasa assume non è quello che normalmente hanno i cibi quando sono esposti al calore, ma diviene sempre (per lo meno in un individuo sano) il rosso del sangue.
La terza è l’equivalente esterno della prima: è un fatto constatato da tutti che una malattia può essere curata anche applicando delle pomate e altre sostanze sulla pelle, oppure con bagni medicati, massaggi, ecc.
Ma poiché “una sostanza non sottoposta a cozione non produce alcun effetto [terapeutico]”, bisogna supporre che anche nella pelle sia presente un certo tipo di bile, responsabile della trasformazione e dell’assimilazione delle medicine esterne.
Per comprendere come mai la bile alochagni si trovi negli occhi si deve fare riferimento alla teoria della percezione: ogni organo di senso è costituito in prevalenza da un certo elemento (l’odorato da atomi di terra, il gusto dall’acqua, il tatto dall’aria, la vista dal fuoco, l’udito dall’akasha – lo spazio), perché solo così può percepire la qualità caratteristica di quell’elemento (l’odore, il sapore, la qualità tattile, il colore, il suono).
Se la bile viene identificata con il fuoco, sarà presente in quanto tale negli occhi, e permetterà di percepire il colore delle sostanze (un oggetto privo di colore è ritenuto invisibile).
Meno chiaro è il concetto di bile sadhakagni.
Sushruta, l’Ashtangasamgraha, l’Ashtangahridaya e i loro commentatori dicono che questa bile si chiama così perché permette di realizzare gli scopi che ci si propone, rendendo più chiara la mente.
Resta il fatto che la metafora del “fuoco della consapevolezza” che brucia i vincoli del karman è molto comune nella tradizione meditativa

Da “La medicina indiana (Ayurveda)” Antonella Comba – Promolibri