Utthan eka pada sirasana

utthan eka pada sirasana

utthan eka pada sirasana



Utthan eka pada sirasana (posizione eretta su un piede)
Assumete eka pada sirasana.
Mettete entrambe le braccia sul ginocchio della gamba libera e cercate di alzarvi.
Se è possibile, mettete le mani davanti al torace.
Mantenete la posizione eretta per breve tempo, poi sedetevi di nuovo.
Liberate la gamba ed allungate tutte e due le gambe davanti al corpo nella posizione seduta.
Ripetete l’asana con l’altra gamba dietro la testa.
Nota
Questa asana dovrebbe essere tentata solo da persone che possono eseguire eka pada sirasana senza difficoltà.
Concentrazione
Nell’alzare il corpo verso la posizione eretta.
Tutti gli altri dettagli come per eka pada sirasana.

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Eka pada sirasana

eka pada sirasana

eka pada sirasana


Eka pada sirasana (posizione di un piede alla testa)
Sedetevi con le gambe dritte avanti.
Piegate leggermente la gamba sinistra ed afferrate la caviglia sinistra esternamente con la gamba destra.
Mettete la mano sinistra leggermente al di sopra della caviglia, con il braccio che tocca l’interno della coscia sinistra.
Alzate la gamba sinistra il più in alto possibile.
Cercate di mettere la gamba alla sommità della spalla sinistra.
Abbassate il braccio sinistro in modo che si appoggi contro il retro della coscia sinistra.
Usando il braccio destro, cercate di alzare ulteriormente la gamba sinistra, in modo che il piede sia dietro il retro del collo.
Unite le mani davanti al torace.
Rimanete nella posizione finale per un comodo periodo di tempo.
Poi lentamente ritornate alla posizione iniziale.
Ripetete una o due volte per ogni gamba.
Respiro
Lento e profondo nella posizione finale.
Concentrazione
Sulla respirazione nella posizione finale.
Limiti
Non è per donne incinte o per persone con sciatica.
Benefici
Massaggia il lato dell’addome con la gamba alzata.
Tonifica gli organi sessuali e ne elimina i disturbi associati.
E’ utile per le vene varicose se la posizione finale viene mantenuta a lungo.

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I dosha e gli elementi

Come si è giunti ad attribuire ai dosha determinate qualità?
Non è facile ricostruire il processo che ha portato alla formulazione di tale teoria.
Vi possono però essere state due idee direttrici:

  • La prima è il riconoscimento, nel corpo umano, di forze e funzioni assimilabili a quelle svolte dagli elementi naturali nel mondo esterno, e quindi il parallelo microcosmo-macrocosmo, apertamente affermato nei testi ayurvedici.
  • La seconda è la modofocazione delle qualità degli elementi in rapporto alle osservazioni compiute nei campi dell’anatomia, patologia e terapeutica.

Forse è stato seguito un procedimento analogo a quello con cui si sono dedotte le categorie del Vaisheshika: ad ogni conoscenza ottenuta con garanzie di validità corrisponde un’entità realmente esistente; se gruppi di sintomi sono sempre associati, e se la malattia può essere eliminata da certe sostanze, si postulerà che nel corpo esistano delle entità chiamate dosha che producano i sintomi e che possano essere, se non espulse completamente dal corpo, per lo meno calmate e riportate alla normalità da sostanze con qualità opposte.
E’ possibile affermare che ogni dosha è formato da uno o più elementi cosmici, dal momento che il corpo stesso è costituito da tali elementi?
Su questo punto non c’è alcun accordo fra i moderni studiosi di Ayurveda:

  • alcuni sostengono per esempio che il dosha vata è l’elemento aria, il pitta è l’elemento fuoco e il kapha è l’elemento acqua;
  • altri, che il vata rappresenta nel corpo lo spazio (akasha) e l’aria, il pitta riassume in sé gli elementi fuoco e acqua, mentre il kapha è l’aspetto microcosmico di acqua e terra;
  • altri ancora, che i tre dosha sono costituiti da tutti e cinque gli elementi, ma nel vata predominano lo spazio e l’aria, nel pitta il fuoco e nel kapha l’acqua e la terra.

Alla base di questa disparità di opinioni vi è il disaccordo fra gli stessi autori classici:

  • secondo Charaka nel pitta predominano l’acqua e il fuoco, nel kapha l’acqua;
  • per Sushruta, il pitta è igneo (cioè, della natura del fuoco, n.d.r.);
  • infine l’Ashtangasamgraha afferma che il vata deriva dall’elemento aria e dall’akasha, il pitta dal fuoco e lo sleshman dall’acqua e dalla terra.

Se però si fa derivare il vayu (o vata) dall’akasha, si incorre in un’aporia (passaggio impraticabile, strada senza uscita), perché l’akasha è onnipresente e non limitato spazialmente (amurta), mentre il vento è spazialmente limitato (murta), e da enti non limitati non possono derivare enti limitati;
questa esposizione dei rapporti fra elementi corporei e cosmici non va dunque presa alla lettera, ma serve piuttosto a mostrare le potenzialità (shakti) e la forma propria (svarupa) dei dosha.
Un dosha sarà quindi legato a un certo elemento cosmico perché provoca gli stessi effetti ed ha qualità analoghe: per riconoscere una sostanza occorre certamente conoscerne le qualità e le azioni, anche se per il Vaiseshika la sostanza non è soltanto la somma delle sue azioni e qualità.
Le eccezioni a questo principio sono debitamente segnalate e giustificate dai commentatori: per esempio, Chakrapani (commentatore della Charakasamhita) fa notare che, mentre l’elemento aria del Vaiseshika non ha la qualità della freddezza né del calore, il vayu ayurvedico è descritto come freddo, perché si è constatato che esso viene accresciuto dal freddo ed alleviato dal calore, e si è inoltre osservato che si prova una sensazione di freddezza quando si soffre di malattie provocate dal solo vayu.
Questo è un esempio di come le qualità degli elementi, attribuite ai dosha, vengano modificate in base all’esperienza.
Un procedimento diverso è attuato nel corso della disputa sulla natura del pitta.
Questo dosha possiede alcune qualità del fuoco, come il calore, ed altre qualità che contraddistinguono l’acqua (per esempio l’oleosità e la liquidità).
Sembrerebbe perciò difficile negare che il pitta possieda nello stesso tempo una natura ignea ed una acquosa.
Sushruta tuttavia afferma che la bile è il “fuoco interiore”, cioè il potere di digerire, e soltanto quello, in quanto digerisce, trasforma, ecc.; da ciò si evince che per Sushruta la bile non ha una natura acquosa.

Da “La medicina indiana (Ayurveda)” Antonella Comba – Promolibri

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Ayurveda:varietà e funzioni del flemma (kapha, sleshman)

kapha

Immagine tratta dal sito anandaayurveda.wordpress.com simboleggiante il dosha kapha


Secondo Sushruta il flemma risiede in particolare in cinque sedi corporee e svolge cinque specifiche funzioni.

  • Nello stomaco il flemma, mediante la sua potenza (shakti), permette la conservazione delle sue altre sedi e del corpo.
  • Il flemma toracico opera per la conservazione della testa e delle braccia, mentre sostiene il cuore sia con la propria potenza che con quella del rasa derivato dal cibo.
  • Il kapha che sta alla radice della lingua e della gola, grazie alla sua acquosità, permette la percezione di tutti i sapori.
  • Nella testa il flemma, essendo oleoso e rinfrescante, giova con la sua potenza (virya) agli organi di senso.
  • Infine lo sleshman articolare assicura la coesione fra le articolazioni.

L’Ashtangasamgraha e l’Ashtangahridaya alterano leggermente questa classificazione e danno un particolare appellativo ad ogni tipo di flemma:

  • “il sostenitore” (avalambaka) è quello che sta nel torace, al quale viene anche attribuita la funzione di mantenere in efficienza le altre sedi del flemma, come la gola, ecc.
  • “l’umidificante” (kledaka) ha per sede lo stomaco e umidifica la massa del cibo
  • “quello che fa percepire” (bodhaka) rende possibile la percezione di tutti i sapori
  • “il rinfrescante” (tarpaka) rinfresca gli organi di senso come gli occhi ecc.
  • infine “il connettivo” (sleshaka) è quello che unisce l’articolazione di due ossa.

Da “La medicina indiana (Ayurveda)” Antonella Comba – Promolibri

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Ayurveda:varietà e funzioni della bile (pitta)

pitta

Immagine tratta dal sito www.scuoladisalutenaturale.com simboleggiante il dosha Pitta

  • La bile pachakagni (letteralmente “fuoco che cuoce”, vale a dire “fuoco digestivo”) è situata fra l’intestino tenue e lo stomaco, causa la digestione del cibo e separa i dosha, il rasa, l’urina e le feci.
  • La bile ranjakagni (“fuoco colorante”), la cui sede è nel fegato e nella milza, dà colore al rasa.
  • La bile sadhakagni (“fuoco realizzatore”), che risiede nel cuore, fornisce i mezzi per realizzare i propri desideri, perché rende chiara la mente eliminando il tamas del flemma che è presente nel cuore.(tamas è una delle tre qualità costitutive della Natura o prakriti, caratterizzata da ignoranza, inerzia, staticità, n.d.r.)
  • La bile alochagni (“fuoco visivo”) è negli occhi e permette di percepire il colore.
  • Infine la bile bhrajakagni (“fuoco che illumina”) risiede nella pelle, contribuisce all’assimilazione delle sostanze terapeutiche usate nel massaggio oleoso, nell’aspersione, nel bagno, nelle applicazioni esterne.

Queste specificazioni della bile ci permettono di notare che l’area semantica della parola “bile” è assai più ristretta di quella del pitta: chi parlerebbe mai di una “bile” che provoca la visione dei colori?
Sempre tenendo presente l’artificiosità di una tradizione meccanica, cerchiamo di ridefinire e di comprendere il più possibile il concetto di pitta.
Nel far questo, seguiamo l’opinione di Sushruta, dell’Ashtangasamgraha e dell’Ashtangahridaya (testi fondamentali dell’Ayurveda attribuiti a Vagbhata), che identificano il pitta con il fuoco.
Mentre Charaka e Chakrapani (autore di un commentario alla Charakasamhita intitolato Ayurvedadipika – “Lampada dell’Ayurveda”) sostengono che tale identificazione è scorretta, perché vi sono delle sostanze come il burro fuso che fanno diminuire la bile mentre aumentano il “fuoco” digestivo.
La bile per Sushruta ha innanzitutto la funzione di “cuocere” i cibi.
Questo non significa che ci si raffiguri ingenuamente lo stomaco come un gran pentolone in cui ribolliscono le sostanze ingerite, mentre sotto di esso ardono le fiamme della bile pachakagni.
In realtà la “cottura” o “cozione” non è altro che la trasformazione di una sostanza mediante il calore.
Il problema della cozione è stato lungamente dibattuto fra Vaiseshika e Nyaya (due antiche scuole filosofiche indiane), nel tentativo di spiegare come mai una sostanza, se riscaldata, muta le sue qualità: secondo gli uni il calore deve prima separare i singoli atomi della sostanza, per poi far loro acquisire la nuova qualità; per i secondi, invece, il cambiamento della qualità dovuto al calore ha luogo nell’intera sostanza, che rimane strutturalmente intatta.
L’Ayurveda non si addentra in questo dibattito, ma identifica la bile con l’agente che opera la cozione.
Da questo punto di vista, sono molto simili le funzioni della bile pachakagni, ranjakagni e bhrajakagni: la prima opera la cozione vera e propria, il processo grazie al quale nel nostro corpo gli alimenti si trasformano in sostanze completamente diverse; la seconda spiega perché il colore che il rasa assume non è quello che normalmente hanno i cibi quando sono esposti al calore, ma diviene sempre (per lo meno in un individuo sano) il rosso del sangue.
La terza è l’equivalente esterno della prima: è un fatto constatato da tutti che una malattia può essere curata anche applicando delle pomate e altre sostanze sulla pelle, oppure con bagni medicati, massaggi, ecc.
Ma poiché “una sostanza non sottoposta a cozione non produce alcun effetto [terapeutico]“, bisogna supporre che anche nella pelle sia presente un certo tipo di bile, responsabile della trasformazione e dell’assimilazione delle medicine esterne.
Per comprendere come mai la bile alochagni si trovi negli occhi si deve fare riferimento alla teoria della percezione: ogni organo di senso è costituito in prevalenza da un certo elemento (l’odorato da atomi di terra, il gusto dall’acqua, il tatto dall’aria, la vista dal fuoco, l’udito dall’akasha – lo spazio), perché solo così può percepire la qualità caratteristica di quell’elemento (l’odore, il sapore, la qualità tattile, il colore, il suono).
Se la bile viene identificata con il fuoco, sarà presente in quanto tale negli occhi, e permetterà di percepire il colore delle sostanze (un oggetto privo di colore è ritenuto invisibile).
Meno chiaro è il concetto di bile sadhakagni.
Sushruta, l’Ashtangasamgraha, l’Ashtangahridaya e i loro commentatori dicono che questa bile si chiama così perché permette di realizzare gli scopi che ci si propone, rendendo più chiara la mente.
Resta il fatto che la metafora del “fuoco della consapevolezza” che brucia i vincoli del karman è molto comune nella tradizione meditativa

Da “La medicina indiana (Ayurveda)” Antonella Comba – Promolibri

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